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Francesco Giunta: un artista “integrale”

francesco1Una intervista di Maria Elisa Muglia a Francesco Giunta, musicista e compositore siciliano restio alle etichette, che in oltre 25 anni di musica ci ha regalato brani intensi e carichi di una emozione vera, I suoi inizi, le sue esperienze, i suoi progetti futuri. 

Buongiorno Francesco e innanzitutto grazie per averci concesso questa intervista. Partiamo dalle tue origini artistiche, quando hai iniziato a interessarti alla musica?

Come tanti ragazzi che poi …non riescono a guarire, il contagio arriva da giovanissimo per il tramite di una chitarra avuta in “prestito” da un compagno di scuola agli inizi delle superiori. La tentazione immediata è il voler imparare a suonare per scrivere e cantare, tentazione che presto si trasforma in pratica costante cui dedico molto tempo trascurando così lo studio dello strumento per il quale mi reputo e resto un “avventizio”. Gli anni sono quelli del crogiolo che porterà all’esplosione del ’68 e inevitabilmente la predilezione è per la canzone d’autore: De Andrè, Endrigo, Tenco, e quindi Lauzi, Guccini, Gaber e altri epigoni successivi. Per quelli della mia generazione e delle generazioni adiacenti è stato un privilegio “crescere insieme” ad alcuni di loro e ad alcune delle loro “opere”. Una tra tutte: “La buona novella” del grande Fabrizio. Se mentre hai diciotto anni viene alla luce un capolavoro intenso e fuori dal tempo come quello, quale altro apporto puoi chiedere alla “musica”? In verità, e non so quanto sia soltanto un fatto generazionale, non credo che i tantissimi diciottenni delle epoche successive abbiano avuto la fortuna di incontri cosi importanti. Purtroppo la “musica che gira intorno”, per la gran parte, è diventata qualcos’altro.

Raggiungere un proprio stile e una propria identità, quanto è importante per un musicista?

Ho sempre pensato alla musica (e nel mio caso a quella in “forma di canzone”) come a una sorta di prolungamento o di “strumento” del mio sentirmi e voler essere “individuo sociale”. Oggi non so se questo tratto è un residuo sessantottino o un’acquisizione post-ideologica, magari tra queste due cose non c’è neanche contraddizione. E allora stile e identità “risentono” di questa impostazione. Non mi piace però lo stereotipo secondo il quale “ogni volta che canti deve arrivare il messaggio”.  In realtà questo stesso stereotipo (come qualsiasi altro) è un’invenzione di chi vuol far passare un “suo messaggio” insieme all’invito a una sorta di disimpegno totale: perché …gli “impegnati” sono noiosi e pesanti, non hanno la testa ad altro e sono insoddisfatti, “la musica è soprattutto divertimento”, ecc. ecc. come in ogni campo dell’arte e della cultura. Nel mio piccolo mi reputo un “impegnato” ma l’unico “messaggio certo” (e importante) che tento di mettere nelle cose che faccio è questo: ciò che scrivo e canto deve riguardare me e (per quanto più possibile) chi mi ascolta. E questo senza limiti tematici,  umorali o, peggio, ideologici e, soprattutto, senza la presunzione di aver trovato ricette magiche o soluzioni perfette: già parlare e ragionare insieme è la gran parte di ciò che serve soprattutto in questo nostro tempo.

Non ami essere classificato e non ti piacciono le etichette di cantautore di musica indipendente. Come ti definiresti?

Apparentemente le “classificazioni” hanno lo scopo di fare chiarezza e guidare nelle scelte. In realtà il più delle volte vengono fatte e utilizzate da chi governa i mercati per suddividerci in gruppi omogenei di consumatori e ottimizzare le vendite. La cosa più grave è che la gran parte di noi ci casca e si “auto-inquadra” nel suo settore preferito. Personalmente ho dovuto impiegare molti anni per chiarire che scrivere e cantare in siciliano non significa necessariamente interpretare anche “Vitti na crozza” e “Ciuri ciuri” o, addirittura, avere il piacere di farlo comunque. Solo negli ultimi anni si è cominciata a diffondere la consapevolezza che “cantare in siciliano” ha …addirittura delle “sotto-classificazioni”.Da qualche tempo, peraltro, sopporto sempre meno la parola “cantautore” ampiamente criticata da tanti altri. Già quasi vent’anni fa, in un mio recital sull’umorismo in siciliano dal titolo “Kalia”, giocavo su questo termine definendolo sbagliato dal punto di vista temporale: se sei “uno che canta le cose che scrive” prima devi scriverle e allora dovresti essere un …autor cantante! Come la maggior parte dei cosiddetti “cantautori”, peraltro, anch’io posso considerarmi un “cantante fino al punto in cui serve”. Il cantare (quello vero, intendo) necessita uno studio e una predisposizione che non sempre riescono a convivere con quelle dell’autore. Verosimilmente, però, non si riuscirà mai a trovare un termine che sostituisca adeguatamente “cantautore”. Ma io mi chiedo: ma è proprio necessario definire qualcuno con una sola parola? D’altronde, già da qualche tempo vengono utilizzate locuzioni e frasi fatte persino …negli schemi di parole crociate!

Negli anni 90 l’esperienza dell’etichetta indipendente Teatro del Sole. Cosa ne è rimasto oggi?

“Teatro del Sole” ha una data di nascita: 1° Dicembre 1996. In quel giorno viene pubblicato e presentato a Licata il primo titolo che dà l’avvio alle pubblicazioni del nuovo catalogo discografico indipendente. Quel titolo era breve e grande insieme: “Rosa Balistreri” e fu prodotto in collaborazione con l’Amministrazione cittadina di quel tempo che in quella stessa occasione diede vita ad un centro intestato alla nostra grande interprete. Fu avviato anche un progetto sul canto popolare al quale collaborai per un paio d’anni realizzando alcuni eventi significativi. L’Italia, purtroppo, si avviava verso l’oscurantismo berlusconiano e oggi di quel centro e di quei sogni non è rimasto quasi nulla. Solo alcuni risultati sono rimasti.Rosa ci aveva lasciato poco più di sei anni prima, agli albori dei supporti digitali. Già da qualche decennio l’industria discografica aveva dimostrato grande disinteresse per la sua voce e per tutta quella musica popolare che negli anni ’70 aveva vissuto una stagione straordinaria. L’opera di Rosa, interamente in vinile, rischiava di rimanere sepolta nel dimenticatoio. Proprio in risposta al “commercializzarsi” di gran parte del settore musicale e discografico si avviò nella prima metà degli anni ’90 il fenomeno delle “etichetteindipendenti”. Teatro del Sole nacque in quello stesso contesto ma con la peculiare missione di restituire all’ascolto l’intera discografia di Rosa Balistreri e altri gioielli del canto popolare. Per il bene di tutti si andò anche al di là del previsto e del prevedibile. La disponibilità e l’affetto di alcuni amici di Rosa, infatti, (e tra questi sicuramente il carissimo Felice Liotti) consentì la pubblicazione di alcuni inediti straordinari, sconosciuti persino agli estimatori dell’artista licatese. Alcuni di questi inediti arricchirono e completarono in modo incredibile la figura e l’opera di Rosa come artista e come donna. “Quannu moru” e “Rosa canta e cunta” sono solo due gioielli venuti alla luce grazie a tutto questo.

In 12 anni di attività “Teatro del Sole” si è occupata in vario modo e ha pubblicato quasi 60 titoli (59 se non ricordo male). Tra questi: i primi due dischi di Francesco Buzzurro (“Latinus” e  “Freely”), la ristasmpa dei primi due dischi della Taberna Milaensys, i primi dischi di musicisti come  Mauro Schiavone, Ruggiero Mascellino, Giuseppe Cusumano, Massimo Laguardia, Matilde Politi e ancora “Operaio di sogni” con Alessandro Quasimodo dedicato all’opera poetica del padre e fino alla produzione di “De ssa terra a ssu celu” scritto e diretto dal M° Ennio Morricone, registrato con “La Sinfonietta” di Roma e cantato da Clara Murtas: una suite incentrata sulla rielaborazione del brano “Deus ti salvet Maria”, struggente Ave Maria tradizionale sarda. Qualcosa, insomma, forse resta.

Ma dico anche che 12 anni dedicati a Teatro del Sole costituiscono per me un’esperienza fantastica e poco conta se in tutto il catalogo si ritrova solo un titolo dedicato al mio repertorio (“E semu ccà” del 97).

Pino Veneziano: Un amico. un Artista. Parlacene un pò.

Ho incontrato Pino solo un paio di volte e, come succede solo con i grandi, quando li hai incontrati una volta li hai incontrati per sempre! Pino è stato e resta un grande, sicuramente al pari di Rosa Balistreri e di Ciccio Busacca. Per certi aspetti la sua attività e la sua figura furono ancora più caratterizzate dall’impegno politico e dall’essere associato a un determinato partito politico (Lotta Continua nel suo caso). Ma per lui come per gli altri meravigliosi interpreti il tempo restituisce una verità inaspettata: se è vero che non a caso si sono schierati da una determinata parte e anche vero che non è stata “l’appartenenza” a farne dei grandi. Ascoltando e leggendo al di là degli slogan e di quelle che un tempo si chiamavano parole “parole d’ordine”, si scoprono delle anime limpidissime capaci di suscitare emozioni intense e profonde anche al di sopra e lontano dalla cronaca del momento.

Lo incontrai per la prima volta nel 1977 in occasione di un concerto organizzato dal consiglio di fabbrica della centrale Enel di Milazzo di cui facevo parte. In quegli anni il “concertone del 1° Maggio” in piazza San Giovanni” era di là da venire e di altro tipo erano i sindacati e gli eventi musicali che organizzavano. Diverso era anche il repertorio richiesto e proposto. Essendo nato nel ‘33 era uomo già maturo con una voce possente e “graffiata”, dotato di una vena poetica naif immediata e disarmante. E se la lingua italiana era per lui solo un optional per il quale non aveva potuto spendere molto, quando cantava in siciliano produceva letteratura. L’opera di Rosa e di Ciccio mi aveva portato già da qualche tempo a recuperare quel dialetto che ci era stato negato nei decenni precedenti (appartengo a quella generazione di “scolari” ai quali era letteralmente vietato parlare in dialetto a scuola!). Ascoltare Pino, da lì a qualche anno, rese la mia scelta definitiva.

francesco2Quali sono i tuoi progetti futuri?

Gli ultimi anni non sono stati facili. Ho avuto anche momenti di amarezza profonda per l’esito di alcuni rapporti “professionali” che per qualche tempo mi hanno indotto a fermarmi. Alla fine, fortunatamente, la musica vince sempre e nel 2012 ho pubblicato “Era nicu però mi ricordu” prodotto da Alfredo Lo Faro. In ogni caso penso di aver dedicato abbastanza tempo ai “progetti corali” e al tentativo di dar vita a una sorta di “agire comune” dei musicisti e degli autori siciliani: ancora oggi non c’è tutta questa voglia di “fare squadra”. E se è vero che ho in mente un ultimo e monografico “progetto bandiera” su questo fronte, è anche vero che mi dedicherò soprattutto al mio repertorio (che forse ho trascurato troppo) e finalmente alla pubblicazione di un primo nuovo disco di brani inediti e di scrittura recente. Spero di non fermarmi e di …invecchiare cantando!

Ho sempre pensato al canto in siciliano come a una delle bandiere più importanti a disposizione dei siciliani per affermare il loro diritto a pretendere la cessazione immediata di ogni etichettatura denigratoria e stereotipata portata avanti per decenni con finalità meschinamente politiche e mai disinteressate. E  ciò restando comunque lontano da qualsiasi “sicilianismo di maniera” che come tutte le forme di esasperazione ideologica infervora il presente ma non costruisce futuro.

Dal punto di vista progettuale e delle iniziative ho cercato di contribuire alla costruzione di un “pacifico fronte comune”,  convinto che la gran parte degli artisti siciliani non sa o non crede, pur sperimentandolo quotidianamente, che “la sciagura è nell’uomo quando è solo”.

Nello specifico del mio essere autore e interprete, infine, considerandomi un “antidogmatico romantico” ho scritto e continuo a scrivere cercando (e sperando) di non diventare uno “stereotipo” a mia volta, restando aperto alle collaborazioni sul fronte musicale e tentando di indagare con i miei testi temi a prima vista lontani tra loro e stati d’animo diversi e apparentemente contrastanti.

Ciò in un qualche modo mi consente di coniugare nella pratica quella che spero diventi un giorno l’idea dominante: che ognuno, in qualsiasi parte del mondo, possa intanto pensare con la propria testa e nella propria lingua per avere poi la gioia di parlarne con gli altri!

Grazie Francesco per la tua disponibilità e a prestissimo magari con un progetto comune!

Di seguito due splendidi video di Francesco Giunta e il link al suo sito per chi voglia conoscerlo meglio.

Uno splendido riadattamento in siciliano del brano “TRE MADRI” di Fabrizio De Andrè

https://www.youtube.com/watch?v=qaOK4VSf3fE

E il famosissimo “Troppu very well”

https://www.youtube.com/watch?v=EMABRqMNCuM&list=UUz7D2YQcjwkHIuxWFarOu5Q

Il sito di Francesco Giunta

http://www.francescogiunta.it

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Video

Philip Scott Johnson: il morphing artistico e creativo nel video “500 Years of Female Portraits in Western Art”

Il morphing è un effetto digitale che consiste nella trasformazione fluida e graduale di due immagini di forma diversa, che possono essere oggetti, persone, volti, paesaggi.

Il morphing non è altro che l’uso in contemporanea di una dissolvenza incrociata e di un effetto di deformazione chiamato warping (termine inglese che significa, appunto, deformazione).

Tramite il warping è possibile selezionare su un’immagine dei pixel qualsiasi ponendovi sopra dei “punti chiave”, che si possono unire tra di loro con delle linee. Cambiando poi la posizione di tali punti l’immagine intera subirà una deformazione.

Il morphing è stato studiato per permettere di ottenere una dissolvenza incrociata tra due distinte sequenze, nelle quali due immagini non vengono deformate in modo casuale ma in modo da assomigliare il più possibile l’una all’altra: la sequenza di partenza è il warping della prima immagine,

Philip Scott Johnson è un digital artist americano che, attraverso la tecnica del morphing, si è divertito a mettere insieme l’immagine della donna nella storia, documentata attraverso novecento anni di evoluzione della pittura occidentale, dal medioevo a Picasso. Il tutto in uno straordinario video di circa tre minuti, con il sottofondo della Sarabande, Suite n. 1 in sol maggiore di Bach, (esecuzione di Yo-Yo Ma). Per questo video, Philip Scott Johnson ha ricevuto la nomination 2007 per i Most Creative Video; 2007 YouTube Awards

Adottando la stessa tecnica, Johnson si è prodotto in altri lavori a tema (le donne del cinema, gli autoritratti di Van Gogh, i ritratti di Matisse).

A noi è piaciuto tanto. E’ uno straordinario esempio di come la tecnologia digitale possa essere usata a scopi artistici e, perché no, anche didattici, rimanendo leggera e assolutamente godibile.

(Maria Elisa Muglia)


Intervista di Giulio Bonanno a Elisa Farina per “Artetremila”

Come è nata la Sua passione per il teatro?

La passione per il teatro inizia molto presto. Da bambina ero affascinata dalla danza e dal teatro, inteso come luogo fisico.  Fino a 17 anni ho studiato danza classica, poi purtroppo ho dovuto smettere. Quindi ho iniziato proprio piccola piccola a sentirne il fascino e a voler respirare la polvere del palcoscenico, pur se con una disciplina differente

Qual è stata la scintilla che l’ha condotta ad intraprendere la carriera di regista e autore teatrale?

E‘ stato quasi un caso. Avevo scritto un romanzo breve, più per passione che per altro visto che dovevo ancora terminare gli studi, e un amico che lavorava in teatro notò che avevo un modo di scrivere che ben si adattava alla scena. Decisi di mettermi alla prova iscrivendomi alla scuola di recitazione Teates di Michele Perriera, nel corso di regia tearale. E durante quel percorso, effettivamente, vennero fuori cose di me che io stessa sconoscevo.

 Quale difficoltà ha incontrato durante il suo percorso artistico?

 Sembra assurdo da dire ma soprattutto all’inizio ho trovato difficoltà per il fatto di essere una donna e per di più giovane. Parliamo di sedici anni fa. Non è stato semplicissimo. Attori che avevano già lavorato non si fidavano ed era complicato farsi seguire. Poi mano a mano lo scoglio è stato superato. Anche se devo ammettere che anche oggi a volte noto una certa diffidenza iniziale rispetto ad un metodo teatrale che non è proprio diffusissimo, ma che è assolutamente personale

Ha dovuto aspettare molto per mettere in scena, in qualità di regista,  il suo primo lavoro teatrale?

Con la caparbietà che mi contraddistingue devo dire di essere stata abbastanza fortunata da questo punto di vista. Sono riuscita a mettere in scena il mio primo lavoro già durante il percorso formativo e prima di concluderlo ho addirittura debuttato con un testo mio „Sax Love“. Ho scoperto successivamente il Wooster Group di New York e le teorie scechneriane del „performance-text“, riconoscendo in esse molto dello stile personale che stavo elaborando. La multi-discipliniarietà è stata la base di un teatro che mira ad essere anche multi-sensoriale.

 Ha riscontrato difficoltà a reperire spazi idonei per l’allestimento delle rappresentazioni teatrali?

Il problema degli spazi è un problema veramente serio. Non che manchino, anzi. Ma sono purtroppo gestiti in maniera proibitiva per chi vuole accedere alla possibilità di tenere uno spettacolo in scena per un lasso di tempo ragionevole. I grand teatri stabili fanno circuito e sono assolutamente irraggiungibili se non per vie traverse. Gli altri non hanno quasi mai una direzione artistica che voglia osare e dare spazio a proposte teatrali alternative. A Roma poi, vige l’abitudine dell’affitto delle sale teatrali.  Una assurdità per chi lavora da professionista in questo settore

Che tipo di riscontro ha ottenuto dalle amministrazioni locali?

Devo dire che nonostante le lungaggini tipiche della burocrazia, le amministrazioni locali si sono mostrate spesso aperte alla nuova proposta di un teatro che non è, diciamo, classico. Ho lavorato e lavoro molto con la P.A. su progetto, ovviamente, anche perché sono fontamentalemte convinta che è nella progettualità che ci si può proporre sperando di ottenere risultati  che portino poi ad una abitudine verso questo stile teatrale

Cosa ritiene più importante nel suo lavoro sia di regista che di autrice?

Lo stile. Credo che la cosa più importante sia aver trovato uno stile personale. Come ho già detto prima credo che ogni artista ambisca alla elaborazione di un proprio stile, una sorta di riconoscibilità del proprio lavoro. Si ottiene naturalmente e anche con tanta fatica e mettendosi continuamente in discussione, fino a trovare un linea, un terreno sul quale muoversi agevolmente e che permetta di comunicare in maniera semplice ma efficace

Cosa pensa del mondo teatrale e cinematografico contemporaneo?

Penso che ci siano diversi fermenti positivi, più all’estero a dire il vero che in Italia. Noi siamo affezionati al passato. Ci apriamo alle nuove tendenze con difficoltà. C’è poca voglia di rischiare in cultura. Poco spirito imprenditoriale. I fondi pubblici sono sempre più miseri e nel privato non si riesce a fare un salto di qualità. C’è è vero poca gente che va a teatro. Ma credo che sia anche colpa delle proposte. In fondo non c’è da meravigliarsi che il pubblico si allontani dalle sale teatrali se comunque ciò che si vede è la stessa cosa da decenni.

Ha un progetto nel cassetto? Può regalarcene un’anteprima?

Progetti tanti. Non mi fermo mai. Penso ad uno spettacolo e non l‘ ho ancora finito che già si affaccia un’altra idea. Diciamo che nell’immediato porterò a termine alcuni lavori con le scuole e con gli anziani. Per le scuole continuo con i bravissimi artisti che lavorano con me a promuovere e realizzare un progetto che vuole educare i ragazzi alla lirica.Con gli anziani invece proseguiamo il lavoro di recupero della memoria personale per ridisegnare la storia, quartiere per quartiere, di una Roma sparita.

Inoltre stiamo lavorando alla messa in scena di uno dei musical più amati „West side story“ ma in chiave di performance test. Insomma tante cose da fare, non ultimo un progetto della CEE di formazione artistica permanente in collaborazione con prestigiosi partner europei: artisti di sette paesi insieme per uno scambio di esperienze e di percorsi formativi.

Cosa le piace di più?

La verità. Sembra banale, ma nella vita come in teatro, il „VERO“ è fondamentale per capire, per rapportarsi all’esterno, per comunicare. La verità è gesto e parola. Ma anche immobilità e silenzio.

 Cosa non le piace?

L’arrivismo. Anche qui, nella vita come in teatro, l’arrivismo è ciò che più distrugge ogni possibilità vera di comunicazione, di collaborazione e di creazione. Crea rapporti falsi sulla scena come nella vita. E soprattutto non permette di assaporare il momento.

 C’è un motto, una frase o un aforisma che potrebbe caratterizzarla?

Niente è impossibile. E‘ ciò che ha caratterizzato sempre il mio modo di fare e di essere. Gli ostacoli sono fatti per essere superati. Poi sicuramente c’è una frase he ho preso in prestito da una grande donna a cui ho voluto tanto bene e che mi ha sorretto e sostenuto nella fase dell’adolescenza, quando persi i miei genitori e mi trovai ad affrontare tutto da sola. Zia Lina (questo il suo nome) mi ripeteva spesso „Ogni impedimento è giovamento“ e questa  frase che mi ha accompagnata e mi accompagna sempre. Per questo voglio ricordarla anche qui: zia Lina è stata la mia forza quando senza alcun punto di riferimento avrei potuto intraprendere qualsiasi strada, o anche nessuna. E‘ uno di quegli incontri fortunati che cambiano la vita.

 Quale commedia ha visto recentemente che le è piaciuta di più?

Questa è una bella domanda. Purtroppo faccio parte di quel pubblico che si è allontanato dalle sale teatrali. Mi annoio fortemente. Vado a volte, ma devo ammettere che difficilmente supero indenne i primi venti minuti. Non so se sia deformazione professionale. E per non far torto a nessuno preferisco comunque  evitare qualsiasi titolo.

 Quale è  il suo film preferito?

Amo il genere fantasy, i film d’animazione, i vecchi film francesi. Non c’è un titolo sugli altri, diciamo che il mio film preferito risente tanto dell’umore del momento. In generale, comunque, se ho voglia di vedere un film, sono quelli i bacini dove vado a pescare. E se proprio voglio farmi due risate adoro il genere demenziale. Se risate devono essere che lo siano davvero…

Ha mai pensato di dirigere un film?

Diciamo che ci ho pensato anche perché è difficile non cedere al fascino di una storia cinematografica. Ma non ho mai percorso fino in fondo la strada. Però non ci ho mai tentato veramente. Il teatro mi emoziona talmente che riesce perfettamente a compensare il mio bisogno di raccontare.

Se sì, quale genere preferirebbe dirigere?

Mi piace molto il cinema francese. Mi è sempre piaciuto il modo di raccontare, la particolare fotografia, la sensibilità nel curare storie ed emozioni. Un pò lento, forse, per i ritmi da film americano ai quali ci siamo abituati, ma molto più vicino al teatro. Recentemente poi ho scoperto il cinema dei paesi del nord e lo trovo affascinante. Più crudo sicuramente del cinema francese, e si evince anche dal tipo di fotografia molto più „glaciale“, ma egualmente attento ai percosi emotivi dell’essere umano. Credo che se dovessi dirigere un film opterei per una cinematografia di questo tipo, anche se il mio sogno nel cassetto è da sempre realizzare un film fantasy sulla vita di Merlino, prima che diventasse il mago di Camelot. Sono racconti affascinanti e carichi di mistero e di magia. Mi piacerebbe realizzare un film su queste storie della mitologia celtica.

Cosa reputa fondamentale nella sua vita? 

Sicuramente ciò che segna la mia vita al di sopra di tutto è l’emotività. Emotività intesa come grande motore per tutto ciò che faccio. Non riesco a fare cose di cui non mi innamoro. E non riesco a lavorare con persone che non stimolano la mia emotività. E‘ una sorta di empatia che si crea, una comunicazione a un livello più profondo. Certo, è anche vero che una emotività tanto esagerata non è sempre positiva. Sono istintiva infatti. E passionale nella vita come nel lavoro. Sono soggetta a grandi incazzature e a grandi entusiasmi. Per fortuna poi c’è una parte logica di me che mi fa perseverare e aggiunge costanza e tenacia alla passione.

(Giulio Bonanno)

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Artetremila


Germana Gismondi: la pittura come emozione

Città  50×70 acrilico – segatura di legnoImage

Città 50×70 acquarello e inchiostroImage

Hippy 50×70  collage –  acquarello e inchiostroImage

Malinconia 50×70 acrilico –  sabbia di mare e segaturaImage

Incontriamo oggi la  pittrice Germana Gismondi. Nasce a Roma nel 1984 e si avvicina giovanissima alle arti figurative. Diplomatasi presso il I Liceo Artistico di via di Ripetta, frequenta l’Accademia delle Belle Arti di Roma. Studia pittura con il Maestro Francesco Madéra e la Professoressa Galantucci. Ha preso parte a numerose rassegne d’arte a Roma. Nel 2002 ha esposto presso la Sala Mosaici del Ministero Affari Esteri. Attualmente, laureanda in Storia dell’Arte, si occupa di critica d’arte che pubblica su riviste e giornali.

Il mondo artistico di Germana ci ha colpito profondamente per il forte impatto emotivo che generano le sue opere. Colpiscono dentro e toccano corde interiori suscitando emozioni diverse per ognuno ma per tutti egualmente intense.

Germana come è nata questa tua passione per la pittura? 

Ho iniziato a mostrare interesse per il disegno fin dall’infanzia. Da bambina osservavo costantemente le forme e i colori dell’ambiente circostante e li riproducevo. Poi, mio zio Elettro mi regalò una scatola di colori a olio per il mio compleanno. Fu lui a iniziarmi alla pittura. Mi parlò di suo zio Gigi e mi mostrò alcune tele fra cui spiccavano due dipinti ovali raffiguranti dei putti in un bosco, di Antonino Calcagnadoro, insegnante della famosa Scuola Preparatoria alle Arti Ornamentali del Comune di Roma nel 1921, e nostro parente.

Ci parli della tua formazione?

A tredici anni iniziai a frequentare il I Liceo Artistico di Roma. Studiai la storia dell’arte e le tecniche pittoriche. Appropriandomi delle tecniche dell’impressionismo, capii che la realtà poteva essere ritratta, ma anche interpretata. Dalle macchioline di colore prendevano forma svariati paesaggi nella mia fantasia. La Professoressa Galantucci m’insegnò le tecniche del futurismo, del cubismo, dell’astrattismo di Kandisky e infine le tecniche in voga negli anni ’70.

Quindi la pittura è diventata una sorta di codice di comunicazione tra te e il mondo esterno?

Con la pittura cerco di trasmettere uno stato d’animo. Ad esempio il dipinto “Malinconia” rappresenta uno stato malinconico legato a una delusione sentimentale. La città, a secondo del mio stato d’animo assume colori tenui, o, vivaci. Le mie città spesso sono desolate, o, sovrastate da tramonti lontani. Invece nella “Città” d’inchiostro e acquarello, una folla in processione invocante in preghiera divina intercessione si riversa nelle vie della stessa. Una ragazza Hippy sorride ripetutamente tra le evanescenze violacee.

Nei tuoi lavori usi tecniche miste e spesso troviamo elementi materici come la sabbia o la segatura di legno

Il mio amore per questo tipo di pittura è nato per caso, sentendo il bisogno di usare sulla tela qualcosa di più del semplice colore. Ho sempre cercato di dare una terza dimensione ai miei quadri, e per soddisfare questo bisogno ho iniziato a cercare materiali da poter inserire sulla superficie. Qualsiasi cosa, davvero qualsiasi, può diventare un elemento integrante della mia creazione.

Dalle tue opere si evince comunque che non soltanto la pittura ti interessa, ma anche altre espressioni artistiche

Per me l’arte deve essere intesa come insieme di espressioni teatrali, cinematografiche, poetiche, musicali e scenografiche. Faccio parte del Movimento Poeti d’Azione del poeta Alessandro D’Agostini inserita nella sezione Arti Visive dello stesso. I Poeti d’Azione,  ( www.poetidazione.it ) sono artisti eclettici che come me concepiscono l’arte come l’insieme delle attività creative finalizzate all’espressione estetica,

La tua ultima mostra?

Il venti del mese scorso (dal 20 al 28 febbraio 2014 n.d.r.) ho partecipato con una mia mostra personale alle Celebrazione dei vent’anni d’attività artistica e letteraria del movimento, presso il Centro culturale Elsa Morante. E’ stato bellissimo, anche perché ho avuto prestigiosi riscontri sia dal pubblico che dalla critica.

 Ti ringraziamo Germana e speriamo di rivedere presto una tua personale. Tanti in bocca al lupo per la tua arte.

Maria Elisa Muglia