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Cultura

Francesco Giunta: un artista “integrale”

francesco1Una intervista di Maria Elisa Muglia a Francesco Giunta, musicista e compositore siciliano restio alle etichette, che in oltre 25 anni di musica ci ha regalato brani intensi e carichi di una emozione vera, I suoi inizi, le sue esperienze, i suoi progetti futuri. 

Buongiorno Francesco e innanzitutto grazie per averci concesso questa intervista. Partiamo dalle tue origini artistiche, quando hai iniziato a interessarti alla musica?

Come tanti ragazzi che poi …non riescono a guarire, il contagio arriva da giovanissimo per il tramite di una chitarra avuta in “prestito” da un compagno di scuola agli inizi delle superiori. La tentazione immediata è il voler imparare a suonare per scrivere e cantare, tentazione che presto si trasforma in pratica costante cui dedico molto tempo trascurando così lo studio dello strumento per il quale mi reputo e resto un “avventizio”. Gli anni sono quelli del crogiolo che porterà all’esplosione del ’68 e inevitabilmente la predilezione è per la canzone d’autore: De Andrè, Endrigo, Tenco, e quindi Lauzi, Guccini, Gaber e altri epigoni successivi. Per quelli della mia generazione e delle generazioni adiacenti è stato un privilegio “crescere insieme” ad alcuni di loro e ad alcune delle loro “opere”. Una tra tutte: “La buona novella” del grande Fabrizio. Se mentre hai diciotto anni viene alla luce un capolavoro intenso e fuori dal tempo come quello, quale altro apporto puoi chiedere alla “musica”? In verità, e non so quanto sia soltanto un fatto generazionale, non credo che i tantissimi diciottenni delle epoche successive abbiano avuto la fortuna di incontri cosi importanti. Purtroppo la “musica che gira intorno”, per la gran parte, è diventata qualcos’altro.

Raggiungere un proprio stile e una propria identità, quanto è importante per un musicista?

Ho sempre pensato alla musica (e nel mio caso a quella in “forma di canzone”) come a una sorta di prolungamento o di “strumento” del mio sentirmi e voler essere “individuo sociale”. Oggi non so se questo tratto è un residuo sessantottino o un’acquisizione post-ideologica, magari tra queste due cose non c’è neanche contraddizione. E allora stile e identità “risentono” di questa impostazione. Non mi piace però lo stereotipo secondo il quale “ogni volta che canti deve arrivare il messaggio”.  In realtà questo stesso stereotipo (come qualsiasi altro) è un’invenzione di chi vuol far passare un “suo messaggio” insieme all’invito a una sorta di disimpegno totale: perché …gli “impegnati” sono noiosi e pesanti, non hanno la testa ad altro e sono insoddisfatti, “la musica è soprattutto divertimento”, ecc. ecc. come in ogni campo dell’arte e della cultura. Nel mio piccolo mi reputo un “impegnato” ma l’unico “messaggio certo” (e importante) che tento di mettere nelle cose che faccio è questo: ciò che scrivo e canto deve riguardare me e (per quanto più possibile) chi mi ascolta. E questo senza limiti tematici,  umorali o, peggio, ideologici e, soprattutto, senza la presunzione di aver trovato ricette magiche o soluzioni perfette: già parlare e ragionare insieme è la gran parte di ciò che serve soprattutto in questo nostro tempo.

Non ami essere classificato e non ti piacciono le etichette di cantautore di musica indipendente. Come ti definiresti?

Apparentemente le “classificazioni” hanno lo scopo di fare chiarezza e guidare nelle scelte. In realtà il più delle volte vengono fatte e utilizzate da chi governa i mercati per suddividerci in gruppi omogenei di consumatori e ottimizzare le vendite. La cosa più grave è che la gran parte di noi ci casca e si “auto-inquadra” nel suo settore preferito. Personalmente ho dovuto impiegare molti anni per chiarire che scrivere e cantare in siciliano non significa necessariamente interpretare anche “Vitti na crozza” e “Ciuri ciuri” o, addirittura, avere il piacere di farlo comunque. Solo negli ultimi anni si è cominciata a diffondere la consapevolezza che “cantare in siciliano” ha …addirittura delle “sotto-classificazioni”.Da qualche tempo, peraltro, sopporto sempre meno la parola “cantautore” ampiamente criticata da tanti altri. Già quasi vent’anni fa, in un mio recital sull’umorismo in siciliano dal titolo “Kalia”, giocavo su questo termine definendolo sbagliato dal punto di vista temporale: se sei “uno che canta le cose che scrive” prima devi scriverle e allora dovresti essere un …autor cantante! Come la maggior parte dei cosiddetti “cantautori”, peraltro, anch’io posso considerarmi un “cantante fino al punto in cui serve”. Il cantare (quello vero, intendo) necessita uno studio e una predisposizione che non sempre riescono a convivere con quelle dell’autore. Verosimilmente, però, non si riuscirà mai a trovare un termine che sostituisca adeguatamente “cantautore”. Ma io mi chiedo: ma è proprio necessario definire qualcuno con una sola parola? D’altronde, già da qualche tempo vengono utilizzate locuzioni e frasi fatte persino …negli schemi di parole crociate!

Negli anni 90 l’esperienza dell’etichetta indipendente Teatro del Sole. Cosa ne è rimasto oggi?

“Teatro del Sole” ha una data di nascita: 1° Dicembre 1996. In quel giorno viene pubblicato e presentato a Licata il primo titolo che dà l’avvio alle pubblicazioni del nuovo catalogo discografico indipendente. Quel titolo era breve e grande insieme: “Rosa Balistreri” e fu prodotto in collaborazione con l’Amministrazione cittadina di quel tempo che in quella stessa occasione diede vita ad un centro intestato alla nostra grande interprete. Fu avviato anche un progetto sul canto popolare al quale collaborai per un paio d’anni realizzando alcuni eventi significativi. L’Italia, purtroppo, si avviava verso l’oscurantismo berlusconiano e oggi di quel centro e di quei sogni non è rimasto quasi nulla. Solo alcuni risultati sono rimasti.Rosa ci aveva lasciato poco più di sei anni prima, agli albori dei supporti digitali. Già da qualche decennio l’industria discografica aveva dimostrato grande disinteresse per la sua voce e per tutta quella musica popolare che negli anni ’70 aveva vissuto una stagione straordinaria. L’opera di Rosa, interamente in vinile, rischiava di rimanere sepolta nel dimenticatoio. Proprio in risposta al “commercializzarsi” di gran parte del settore musicale e discografico si avviò nella prima metà degli anni ’90 il fenomeno delle “etichetteindipendenti”. Teatro del Sole nacque in quello stesso contesto ma con la peculiare missione di restituire all’ascolto l’intera discografia di Rosa Balistreri e altri gioielli del canto popolare. Per il bene di tutti si andò anche al di là del previsto e del prevedibile. La disponibilità e l’affetto di alcuni amici di Rosa, infatti, (e tra questi sicuramente il carissimo Felice Liotti) consentì la pubblicazione di alcuni inediti straordinari, sconosciuti persino agli estimatori dell’artista licatese. Alcuni di questi inediti arricchirono e completarono in modo incredibile la figura e l’opera di Rosa come artista e come donna. “Quannu moru” e “Rosa canta e cunta” sono solo due gioielli venuti alla luce grazie a tutto questo.

In 12 anni di attività “Teatro del Sole” si è occupata in vario modo e ha pubblicato quasi 60 titoli (59 se non ricordo male). Tra questi: i primi due dischi di Francesco Buzzurro (“Latinus” e  “Freely”), la ristasmpa dei primi due dischi della Taberna Milaensys, i primi dischi di musicisti come  Mauro Schiavone, Ruggiero Mascellino, Giuseppe Cusumano, Massimo Laguardia, Matilde Politi e ancora “Operaio di sogni” con Alessandro Quasimodo dedicato all’opera poetica del padre e fino alla produzione di “De ssa terra a ssu celu” scritto e diretto dal M° Ennio Morricone, registrato con “La Sinfonietta” di Roma e cantato da Clara Murtas: una suite incentrata sulla rielaborazione del brano “Deus ti salvet Maria”, struggente Ave Maria tradizionale sarda. Qualcosa, insomma, forse resta.

Ma dico anche che 12 anni dedicati a Teatro del Sole costituiscono per me un’esperienza fantastica e poco conta se in tutto il catalogo si ritrova solo un titolo dedicato al mio repertorio (“E semu ccà” del 97).

Pino Veneziano: Un amico. un Artista. Parlacene un pò.

Ho incontrato Pino solo un paio di volte e, come succede solo con i grandi, quando li hai incontrati una volta li hai incontrati per sempre! Pino è stato e resta un grande, sicuramente al pari di Rosa Balistreri e di Ciccio Busacca. Per certi aspetti la sua attività e la sua figura furono ancora più caratterizzate dall’impegno politico e dall’essere associato a un determinato partito politico (Lotta Continua nel suo caso). Ma per lui come per gli altri meravigliosi interpreti il tempo restituisce una verità inaspettata: se è vero che non a caso si sono schierati da una determinata parte e anche vero che non è stata “l’appartenenza” a farne dei grandi. Ascoltando e leggendo al di là degli slogan e di quelle che un tempo si chiamavano parole “parole d’ordine”, si scoprono delle anime limpidissime capaci di suscitare emozioni intense e profonde anche al di sopra e lontano dalla cronaca del momento.

Lo incontrai per la prima volta nel 1977 in occasione di un concerto organizzato dal consiglio di fabbrica della centrale Enel di Milazzo di cui facevo parte. In quegli anni il “concertone del 1° Maggio” in piazza San Giovanni” era di là da venire e di altro tipo erano i sindacati e gli eventi musicali che organizzavano. Diverso era anche il repertorio richiesto e proposto. Essendo nato nel ‘33 era uomo già maturo con una voce possente e “graffiata”, dotato di una vena poetica naif immediata e disarmante. E se la lingua italiana era per lui solo un optional per il quale non aveva potuto spendere molto, quando cantava in siciliano produceva letteratura. L’opera di Rosa e di Ciccio mi aveva portato già da qualche tempo a recuperare quel dialetto che ci era stato negato nei decenni precedenti (appartengo a quella generazione di “scolari” ai quali era letteralmente vietato parlare in dialetto a scuola!). Ascoltare Pino, da lì a qualche anno, rese la mia scelta definitiva.

francesco2Quali sono i tuoi progetti futuri?

Gli ultimi anni non sono stati facili. Ho avuto anche momenti di amarezza profonda per l’esito di alcuni rapporti “professionali” che per qualche tempo mi hanno indotto a fermarmi. Alla fine, fortunatamente, la musica vince sempre e nel 2012 ho pubblicato “Era nicu però mi ricordu” prodotto da Alfredo Lo Faro. In ogni caso penso di aver dedicato abbastanza tempo ai “progetti corali” e al tentativo di dar vita a una sorta di “agire comune” dei musicisti e degli autori siciliani: ancora oggi non c’è tutta questa voglia di “fare squadra”. E se è vero che ho in mente un ultimo e monografico “progetto bandiera” su questo fronte, è anche vero che mi dedicherò soprattutto al mio repertorio (che forse ho trascurato troppo) e finalmente alla pubblicazione di un primo nuovo disco di brani inediti e di scrittura recente. Spero di non fermarmi e di …invecchiare cantando!

Ho sempre pensato al canto in siciliano come a una delle bandiere più importanti a disposizione dei siciliani per affermare il loro diritto a pretendere la cessazione immediata di ogni etichettatura denigratoria e stereotipata portata avanti per decenni con finalità meschinamente politiche e mai disinteressate. E  ciò restando comunque lontano da qualsiasi “sicilianismo di maniera” che come tutte le forme di esasperazione ideologica infervora il presente ma non costruisce futuro.

Dal punto di vista progettuale e delle iniziative ho cercato di contribuire alla costruzione di un “pacifico fronte comune”,  convinto che la gran parte degli artisti siciliani non sa o non crede, pur sperimentandolo quotidianamente, che “la sciagura è nell’uomo quando è solo”.

Nello specifico del mio essere autore e interprete, infine, considerandomi un “antidogmatico romantico” ho scritto e continuo a scrivere cercando (e sperando) di non diventare uno “stereotipo” a mia volta, restando aperto alle collaborazioni sul fronte musicale e tentando di indagare con i miei testi temi a prima vista lontani tra loro e stati d’animo diversi e apparentemente contrastanti.

Ciò in un qualche modo mi consente di coniugare nella pratica quella che spero diventi un giorno l’idea dominante: che ognuno, in qualsiasi parte del mondo, possa intanto pensare con la propria testa e nella propria lingua per avere poi la gioia di parlarne con gli altri!

Grazie Francesco per la tua disponibilità e a prestissimo magari con un progetto comune!

Di seguito due splendidi video di Francesco Giunta e il link al suo sito per chi voglia conoscerlo meglio.

Uno splendido riadattamento in siciliano del brano “TRE MADRI” di Fabrizio De Andrè

https://www.youtube.com/watch?v=qaOK4VSf3fE

E il famosissimo “Troppu very well”

https://www.youtube.com/watch?v=EMABRqMNCuM&list=UUz7D2YQcjwkHIuxWFarOu5Q

Il sito di Francesco Giunta

http://www.francescogiunta.it

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Intervista di Giulio Bonanno a Elisa Farina per “Artetremila”

Come è nata la Sua passione per il teatro?

La passione per il teatro inizia molto presto. Da bambina ero affascinata dalla danza e dal teatro, inteso come luogo fisico.  Fino a 17 anni ho studiato danza classica, poi purtroppo ho dovuto smettere. Quindi ho iniziato proprio piccola piccola a sentirne il fascino e a voler respirare la polvere del palcoscenico, pur se con una disciplina differente

Qual è stata la scintilla che l’ha condotta ad intraprendere la carriera di regista e autore teatrale?

E‘ stato quasi un caso. Avevo scritto un romanzo breve, più per passione che per altro visto che dovevo ancora terminare gli studi, e un amico che lavorava in teatro notò che avevo un modo di scrivere che ben si adattava alla scena. Decisi di mettermi alla prova iscrivendomi alla scuola di recitazione Teates di Michele Perriera, nel corso di regia tearale. E durante quel percorso, effettivamente, vennero fuori cose di me che io stessa sconoscevo.

 Quale difficoltà ha incontrato durante il suo percorso artistico?

 Sembra assurdo da dire ma soprattutto all’inizio ho trovato difficoltà per il fatto di essere una donna e per di più giovane. Parliamo di sedici anni fa. Non è stato semplicissimo. Attori che avevano già lavorato non si fidavano ed era complicato farsi seguire. Poi mano a mano lo scoglio è stato superato. Anche se devo ammettere che anche oggi a volte noto una certa diffidenza iniziale rispetto ad un metodo teatrale che non è proprio diffusissimo, ma che è assolutamente personale

Ha dovuto aspettare molto per mettere in scena, in qualità di regista,  il suo primo lavoro teatrale?

Con la caparbietà che mi contraddistingue devo dire di essere stata abbastanza fortunata da questo punto di vista. Sono riuscita a mettere in scena il mio primo lavoro già durante il percorso formativo e prima di concluderlo ho addirittura debuttato con un testo mio „Sax Love“. Ho scoperto successivamente il Wooster Group di New York e le teorie scechneriane del „performance-text“, riconoscendo in esse molto dello stile personale che stavo elaborando. La multi-discipliniarietà è stata la base di un teatro che mira ad essere anche multi-sensoriale.

 Ha riscontrato difficoltà a reperire spazi idonei per l’allestimento delle rappresentazioni teatrali?

Il problema degli spazi è un problema veramente serio. Non che manchino, anzi. Ma sono purtroppo gestiti in maniera proibitiva per chi vuole accedere alla possibilità di tenere uno spettacolo in scena per un lasso di tempo ragionevole. I grand teatri stabili fanno circuito e sono assolutamente irraggiungibili se non per vie traverse. Gli altri non hanno quasi mai una direzione artistica che voglia osare e dare spazio a proposte teatrali alternative. A Roma poi, vige l’abitudine dell’affitto delle sale teatrali.  Una assurdità per chi lavora da professionista in questo settore

Che tipo di riscontro ha ottenuto dalle amministrazioni locali?

Devo dire che nonostante le lungaggini tipiche della burocrazia, le amministrazioni locali si sono mostrate spesso aperte alla nuova proposta di un teatro che non è, diciamo, classico. Ho lavorato e lavoro molto con la P.A. su progetto, ovviamente, anche perché sono fontamentalemte convinta che è nella progettualità che ci si può proporre sperando di ottenere risultati  che portino poi ad una abitudine verso questo stile teatrale

Cosa ritiene più importante nel suo lavoro sia di regista che di autrice?

Lo stile. Credo che la cosa più importante sia aver trovato uno stile personale. Come ho già detto prima credo che ogni artista ambisca alla elaborazione di un proprio stile, una sorta di riconoscibilità del proprio lavoro. Si ottiene naturalmente e anche con tanta fatica e mettendosi continuamente in discussione, fino a trovare un linea, un terreno sul quale muoversi agevolmente e che permetta di comunicare in maniera semplice ma efficace

Cosa pensa del mondo teatrale e cinematografico contemporaneo?

Penso che ci siano diversi fermenti positivi, più all’estero a dire il vero che in Italia. Noi siamo affezionati al passato. Ci apriamo alle nuove tendenze con difficoltà. C’è poca voglia di rischiare in cultura. Poco spirito imprenditoriale. I fondi pubblici sono sempre più miseri e nel privato non si riesce a fare un salto di qualità. C’è è vero poca gente che va a teatro. Ma credo che sia anche colpa delle proposte. In fondo non c’è da meravigliarsi che il pubblico si allontani dalle sale teatrali se comunque ciò che si vede è la stessa cosa da decenni.

Ha un progetto nel cassetto? Può regalarcene un’anteprima?

Progetti tanti. Non mi fermo mai. Penso ad uno spettacolo e non l‘ ho ancora finito che già si affaccia un’altra idea. Diciamo che nell’immediato porterò a termine alcuni lavori con le scuole e con gli anziani. Per le scuole continuo con i bravissimi artisti che lavorano con me a promuovere e realizzare un progetto che vuole educare i ragazzi alla lirica.Con gli anziani invece proseguiamo il lavoro di recupero della memoria personale per ridisegnare la storia, quartiere per quartiere, di una Roma sparita.

Inoltre stiamo lavorando alla messa in scena di uno dei musical più amati „West side story“ ma in chiave di performance test. Insomma tante cose da fare, non ultimo un progetto della CEE di formazione artistica permanente in collaborazione con prestigiosi partner europei: artisti di sette paesi insieme per uno scambio di esperienze e di percorsi formativi.

Cosa le piace di più?

La verità. Sembra banale, ma nella vita come in teatro, il „VERO“ è fondamentale per capire, per rapportarsi all’esterno, per comunicare. La verità è gesto e parola. Ma anche immobilità e silenzio.

 Cosa non le piace?

L’arrivismo. Anche qui, nella vita come in teatro, l’arrivismo è ciò che più distrugge ogni possibilità vera di comunicazione, di collaborazione e di creazione. Crea rapporti falsi sulla scena come nella vita. E soprattutto non permette di assaporare il momento.

 C’è un motto, una frase o un aforisma che potrebbe caratterizzarla?

Niente è impossibile. E‘ ciò che ha caratterizzato sempre il mio modo di fare e di essere. Gli ostacoli sono fatti per essere superati. Poi sicuramente c’è una frase he ho preso in prestito da una grande donna a cui ho voluto tanto bene e che mi ha sorretto e sostenuto nella fase dell’adolescenza, quando persi i miei genitori e mi trovai ad affrontare tutto da sola. Zia Lina (questo il suo nome) mi ripeteva spesso „Ogni impedimento è giovamento“ e questa  frase che mi ha accompagnata e mi accompagna sempre. Per questo voglio ricordarla anche qui: zia Lina è stata la mia forza quando senza alcun punto di riferimento avrei potuto intraprendere qualsiasi strada, o anche nessuna. E‘ uno di quegli incontri fortunati che cambiano la vita.

 Quale commedia ha visto recentemente che le è piaciuta di più?

Questa è una bella domanda. Purtroppo faccio parte di quel pubblico che si è allontanato dalle sale teatrali. Mi annoio fortemente. Vado a volte, ma devo ammettere che difficilmente supero indenne i primi venti minuti. Non so se sia deformazione professionale. E per non far torto a nessuno preferisco comunque  evitare qualsiasi titolo.

 Quale è  il suo film preferito?

Amo il genere fantasy, i film d’animazione, i vecchi film francesi. Non c’è un titolo sugli altri, diciamo che il mio film preferito risente tanto dell’umore del momento. In generale, comunque, se ho voglia di vedere un film, sono quelli i bacini dove vado a pescare. E se proprio voglio farmi due risate adoro il genere demenziale. Se risate devono essere che lo siano davvero…

Ha mai pensato di dirigere un film?

Diciamo che ci ho pensato anche perché è difficile non cedere al fascino di una storia cinematografica. Ma non ho mai percorso fino in fondo la strada. Però non ci ho mai tentato veramente. Il teatro mi emoziona talmente che riesce perfettamente a compensare il mio bisogno di raccontare.

Se sì, quale genere preferirebbe dirigere?

Mi piace molto il cinema francese. Mi è sempre piaciuto il modo di raccontare, la particolare fotografia, la sensibilità nel curare storie ed emozioni. Un pò lento, forse, per i ritmi da film americano ai quali ci siamo abituati, ma molto più vicino al teatro. Recentemente poi ho scoperto il cinema dei paesi del nord e lo trovo affascinante. Più crudo sicuramente del cinema francese, e si evince anche dal tipo di fotografia molto più „glaciale“, ma egualmente attento ai percosi emotivi dell’essere umano. Credo che se dovessi dirigere un film opterei per una cinematografia di questo tipo, anche se il mio sogno nel cassetto è da sempre realizzare un film fantasy sulla vita di Merlino, prima che diventasse il mago di Camelot. Sono racconti affascinanti e carichi di mistero e di magia. Mi piacerebbe realizzare un film su queste storie della mitologia celtica.

Cosa reputa fondamentale nella sua vita? 

Sicuramente ciò che segna la mia vita al di sopra di tutto è l’emotività. Emotività intesa come grande motore per tutto ciò che faccio. Non riesco a fare cose di cui non mi innamoro. E non riesco a lavorare con persone che non stimolano la mia emotività. E‘ una sorta di empatia che si crea, una comunicazione a un livello più profondo. Certo, è anche vero che una emotività tanto esagerata non è sempre positiva. Sono istintiva infatti. E passionale nella vita come nel lavoro. Sono soggetta a grandi incazzature e a grandi entusiasmi. Per fortuna poi c’è una parte logica di me che mi fa perseverare e aggiunge costanza e tenacia alla passione.

(Giulio Bonanno)

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Artetremila


Germana Gismondi: la pittura come emozione

Città  50×70 acrilico – segatura di legnoImage

Città 50×70 acquarello e inchiostroImage

Hippy 50×70  collage –  acquarello e inchiostroImage

Malinconia 50×70 acrilico –  sabbia di mare e segaturaImage

Incontriamo oggi la  pittrice Germana Gismondi. Nasce a Roma nel 1984 e si avvicina giovanissima alle arti figurative. Diplomatasi presso il I Liceo Artistico di via di Ripetta, frequenta l’Accademia delle Belle Arti di Roma. Studia pittura con il Maestro Francesco Madéra e la Professoressa Galantucci. Ha preso parte a numerose rassegne d’arte a Roma. Nel 2002 ha esposto presso la Sala Mosaici del Ministero Affari Esteri. Attualmente, laureanda in Storia dell’Arte, si occupa di critica d’arte che pubblica su riviste e giornali.

Il mondo artistico di Germana ci ha colpito profondamente per il forte impatto emotivo che generano le sue opere. Colpiscono dentro e toccano corde interiori suscitando emozioni diverse per ognuno ma per tutti egualmente intense.

Germana come è nata questa tua passione per la pittura? 

Ho iniziato a mostrare interesse per il disegno fin dall’infanzia. Da bambina osservavo costantemente le forme e i colori dell’ambiente circostante e li riproducevo. Poi, mio zio Elettro mi regalò una scatola di colori a olio per il mio compleanno. Fu lui a iniziarmi alla pittura. Mi parlò di suo zio Gigi e mi mostrò alcune tele fra cui spiccavano due dipinti ovali raffiguranti dei putti in un bosco, di Antonino Calcagnadoro, insegnante della famosa Scuola Preparatoria alle Arti Ornamentali del Comune di Roma nel 1921, e nostro parente.

Ci parli della tua formazione?

A tredici anni iniziai a frequentare il I Liceo Artistico di Roma. Studiai la storia dell’arte e le tecniche pittoriche. Appropriandomi delle tecniche dell’impressionismo, capii che la realtà poteva essere ritratta, ma anche interpretata. Dalle macchioline di colore prendevano forma svariati paesaggi nella mia fantasia. La Professoressa Galantucci m’insegnò le tecniche del futurismo, del cubismo, dell’astrattismo di Kandisky e infine le tecniche in voga negli anni ’70.

Quindi la pittura è diventata una sorta di codice di comunicazione tra te e il mondo esterno?

Con la pittura cerco di trasmettere uno stato d’animo. Ad esempio il dipinto “Malinconia” rappresenta uno stato malinconico legato a una delusione sentimentale. La città, a secondo del mio stato d’animo assume colori tenui, o, vivaci. Le mie città spesso sono desolate, o, sovrastate da tramonti lontani. Invece nella “Città” d’inchiostro e acquarello, una folla in processione invocante in preghiera divina intercessione si riversa nelle vie della stessa. Una ragazza Hippy sorride ripetutamente tra le evanescenze violacee.

Nei tuoi lavori usi tecniche miste e spesso troviamo elementi materici come la sabbia o la segatura di legno

Il mio amore per questo tipo di pittura è nato per caso, sentendo il bisogno di usare sulla tela qualcosa di più del semplice colore. Ho sempre cercato di dare una terza dimensione ai miei quadri, e per soddisfare questo bisogno ho iniziato a cercare materiali da poter inserire sulla superficie. Qualsiasi cosa, davvero qualsiasi, può diventare un elemento integrante della mia creazione.

Dalle tue opere si evince comunque che non soltanto la pittura ti interessa, ma anche altre espressioni artistiche

Per me l’arte deve essere intesa come insieme di espressioni teatrali, cinematografiche, poetiche, musicali e scenografiche. Faccio parte del Movimento Poeti d’Azione del poeta Alessandro D’Agostini inserita nella sezione Arti Visive dello stesso. I Poeti d’Azione,  ( www.poetidazione.it ) sono artisti eclettici che come me concepiscono l’arte come l’insieme delle attività creative finalizzate all’espressione estetica,

La tua ultima mostra?

Il venti del mese scorso (dal 20 al 28 febbraio 2014 n.d.r.) ho partecipato con una mia mostra personale alle Celebrazione dei vent’anni d’attività artistica e letteraria del movimento, presso il Centro culturale Elsa Morante. E’ stato bellissimo, anche perché ho avuto prestigiosi riscontri sia dal pubblico che dalla critica.

 Ti ringraziamo Germana e speriamo di rivedere presto una tua personale. Tanti in bocca al lupo per la tua arte.

Maria Elisa Muglia


La Grande Bellezza : ne parliamo anche noi

Il titolo ormai è conosciuto a tutti: il film di Sorrentino che ha portato nuovo lustro alla cinematografia italiana nel mondo è sbarcato ieri in televisione, mandato in onda dalla rete ammiraglia Mediaset che vanta la co-produzione della pellicola. Ciò vuol dire che almeno il 70% degli italiani guarda finalmente un film che non è andato a vedere al cinema per svariati motivi, in primis i prezzi intoccabili dei biglietti delle nostre sale.

oscarAlberto Abruzzese dice che la Grande Bellezza è una pizza mal riuscita di vetero fellinismi moralistici di stampo intellettualistico:

“La grande bellezza” vince invece per le sue immagini, per la loro estetica vetero-felliniana e monumentale assai più che per la sua incerta sceneggiatura e per un dialogo a volte imbarazzante per quanto è ideologico e ostentativo. Falso. Perchè allora l’Oscar? Questa opera autoriale di vecchia maniera l’ha premiata il provincialismo americano, l’altra anima dell’immaginario imperialista hollywoodiano, quella che ha il culto delle stereotipo italano spaghetti, pizza e Colosseo. Quello per cui Benigni, facendo il giullare, si mostrò tanto felice del premio ricevuto dal mito della supremazia occidentale. E passeggiando per Roma, persino Wody Allen c’è cascato, forse soltanto per una sorta di cinismo sado-maso”

Accade così che ben 8.860.000 (36,1%) di italiani hanno acceso la tv su Canale 5 e hanno visto questo benedetto film. A qualcuno sarà piaciuto, a qualcun altro no. Qualcuno avrà preso il proprio cellulare e avrà twittato qualche bella frase del tipo “Che genio quel Sorrentino, sono orgoglioso di essere italiano”, qualcun altro avrà bofonchiato virtualmente qualcosa tipo “Che grande cagata, altro che grande bellezza’”. Insomma pareri discordanti che i vecchi buoni latini avrebbero commentato con un semplice “De gustibus…”.

A noi il film di berlusconiana produzione non è piaciuto.
E non perchè sia lento. Non perchè sia estrememente noioso. Non perchè non toglie nè aggiunge nulla alla cinematografia italiana.
A noi non è piaciuto perchè costruito ad hoc. Perchè fa parte di un filone che fa del degrado (di qualunque natura possa essere: sociale, personale, culturale, intellettuale, etc….) una risorsa.
Non è piaciuto perchè se è questo ciò che resterà di questi tempi malati e distratti allora resterà davvero ben poco.
Non è piaciuto perchè siamo altro, orgogliosamente, e se dobbiamo unirci in coro in un plauso da “volemese bene” preferiamo essere criticati e restare all’angolo piuttosto che partecipare da pecore ad un FORZA ITALIA collettivo.
Come quando gioca la Nazionale, come la Ferrari in Formula 1…. spostiamo pure l’attenzione, illudiamoci di essere ancora un grande paese, dimentichiamo la vera “Grande Bellezza” che è quella che giorno dopo giorno si disintegra davanti ai nostri occhi ogni qualvolta qualcuno dice che “Con la cultura non si mangia…. ” (cit. Governo Berlusconi).


Verso un inumano futuro

Sono uscita in terrazzo poco fa

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. L’aria è fresca. Ho respirato un pò di umanità. E guardando i tram pieni di gente stanca che sta tornando a casa e i pochi passanti nascosti dentro i loro cappotti ho pensato a quanto era importante ciò che stavo vedendo, a quanto questa nostra povera umanità sta sempre più dimenticando le proprie prerogative: prima fra tutte la comunicazione.

Comunicazione vera. Reale. Tutto il giorno chiusi nelle nostre camere. piegati su un computer, dipendenti da uno smartphone abbiamo dimenticato la potenza di una parola detta, la dolcezza di uno sguardo, il contatto di una mano. Relegati nelle nostre solitudini e convinti di avere il mondo davanti. Convinti che tutto ciò che si svolge dentro il nostro pc sia la realtà.

Ricordo con tenerezza le battaglie fatte per salvare le foreste. Troppa carta….!!!!  Troppo spreco….. E quanto dava fastidio che si leggesse a tavola. Quanto dava fastidio il tipo sul tram con il naso perso dentro al suo libro, indifferente a tutto.

La carta: elemento vivo. Anche nel nostro isolarci avevamo un contatto vivo. Oggi un tablet freddo sostituisce  i nostri libri,

Come facciamo a meravigliarci dell’indifferenza al dolore, della spettacolarizzazione delle sciagure…. Con quale coraggio, noi, internet dipendenti osiamo criticare i nostri simili, che non conosciamo, che non sappiamo più nemmeno come siano fatti.

C’è stato un tempo che ci sforzavamo di ricordare un numero di telefono, che avevamo un’agendina dove segnare le cose da fare e i momenti importanti. Un tempo in cui si aspettava con ansia di ritirare le foto dopo averle portate a sviluppare.Un tempo in cui si aspettava al mattino la posta e quanto ci faceva felici ricevere una cartolina da qualcuno lontano….?

Io per prima non potrei rinunciare al pc, al tablet, allo smartphone…

Ma per fortuna c’è ancora il teatro che può salvare questa povera umanità sempre più tecnologica e sempre meno umana. Il teatro non è possibile che esista senza l’essere umano, lì, presente, in carne ed ossa, con le sue paure e con le sue fragilità.

Maria Elisa Muglia


Jean Pierre Papill: quando l’arte è colorata di emozione – GO K’ART

1102446_475614175887636_857422521_o Per la prima volta in Italia Jean Pierre Papill espone a Roma, presso la casa della Cultura di Villa De Sancits in via Prenestina 665.

La mostra è stata fortemente voluta dall’Associazione Movimento Forza 9, che rappresenta l’artista in via esclusiva, grazie anche al patrocinio del Municipio V  e dell’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale

Incontrare l’arte di Jean Pierre Papill pone subito di fronte ad una scelta: lasciarsi catturare dal caleidoscopio di colori ed emozioni delle sue opere o porsi in maniera fredda, critica e distaccata. Quasi impossibile la seconda opzione visto che già al primo sguardo Jean Pierre sembra quasi accompagnarti per mano all’interno del suo complesso vissuto fatto di continui ritorni ad emozioni fanciullesche, fatto di ampi respiri e di improvvise impennate verso un universo cosmico che poco ha di terreno.

Le sei opere in esposizione a Roma sono frutto di un’attenta selezione dello stesso autore, che ha preferito tele di dimensioni contenute ad altre di  dimensioni ragguardevoli (es: Guitar 200 x 300 cm)

Il  melting pot dentro cui sono state forgiate le opere di Papill  motiva sia la versatilità che si nota nelle tecniche usate, sia la loro costante e forte esposizione al movimento, alla molteplicità tecnologica che si realizza nel contesto in cui vedono la luce. C’è un fortissimo senso della manualità nel lavoro di Papill, e questa manualità è diventata ormai inscindibile dalla manipolazione tecnologica dei materiali usati e dalla realizzazione stessa delle sue opere.

L’allestimento stesso della mostra, di cui Jean Pierre ha dato le linee artistiche e concettuali in anteprima alla nostra associazione, ci riportano ad una visione dell’arte, e del mondo che vuole rappresentare, che va al di là di ogni schema precostituito. GO K’ART  è il gioco dell’universo cosmico presente in ognuno di noi. E’  lo sguardo stupito del fanciullo cui si rivela un mondo di conflitti e di contrasti che però sono movimento stesso della vita e piattaforma verso un futuro ancora sconosciuto ma ricco comunque di sorprese.

La mostra è visitabile dal 13 al 16 novembre 2013 dalle 16 alle 20 ad ingresso libero.


La signora Emma Dante e le sue allucinazioni

cultura2019.1Non avremmo dovuto neppure parlarne in questo blog per non dare visibilità gratuita a chi, dal nostro punto di vista, ne ha già fin troppa e del tutto immeritatamente.

Ma purtroppo certe esternazioni, diciamo così, della signora Emma Dante ci costringono a dover ricordare per forza la sua esistenza.

Commentando alcune critiche sul suo film “Via Castellana Bandiera” si possono leggere gioviali e simpatiche prese di posizione della signora di cui sopra del genere:

“A Palermo sono una disadattata, come peraltro tutti gli artisti della città, in un territorio in cui nessuno fa tesoro dei nostri disagi e delle nostre provocazioni. Non sono stata sicuramente agevolata nella mia carriera artistica dalla classe politica. Aprirò la stagione del teatro Massimo e non so se sarò all’altezza del compito, ma sicuramente Palermo dovrà anche essere all’altezza di avermi”….”Mi sento un’ebrea nella Germania nazista degli anni 40”….

Analizziamo la dichiarazione: che la signora si senta una disadattata a Palermo e che accomuni a questo suo sentire tutti gli artisti della città diciamo che è quanto meno azzardato. Nulla vieta il suo sentire, ma le saremo grati se lo riservasse a se stessa. Palermo sta faticosamente cercando di riemergere da una stagione buia, la stagione Cammarata per intenderci, e sta facendo sforzi immani per recuperare il terreno perduto vista anche la sua candidatura a Capitale Europea della Cultura 2019.

Da artista sono andata via da Palermo all’inizio del 2000. Gli anni ’90 sono stati un’occasione unica per tutti coloro che credevano che l’investimento in cultura fosse una risorsa. Spettacoli, concerti ed eventi culturali di grande qualità.  Da Sakamoto a Carmelo Bene a Giorgio Albertazzi c’era la possibilità di scegliere cosa vedere e “Palermo di Scena” era un evento prestigioso. I Direttori Artistici, da Pino Caruso a Enrico Stassi, cercavano di assicurare la  varietà delle proposte e davano spazio anche a tutte quelle realtà palermitane che si dimostravano all’altezza di una tale manifestazione.

Il recupero, poi,  di spazi come i Cantieri Culturali alla Zisa o il Castello a Mare o il Teatro Garibaldi (questo purtroppo non completato) sono stati per tutti noi artisti palermitani una bellissima occasione di crescita e di confronto con altre realtà culturali lontane e che venivano a Palermo che era allora considerata una piazza di prestigio.

La scuola Teates di Michele Perriera (che ho frequentato e a cui devo tantissimo )  formava talenti in una etica professionale e artistica che ancora oggi non mi è mai capitato di trovare in nessun altro corso di formazione teatrale

La signora Emma Dante dov’era? In giro per il mondo a crearsi un curriculum vitae non controllabile?

Che non abbia avuto appoggi politici poi è tutto da dimostrare. Visto che la sua produzione credo risulti la più finanziata da soldi pubblici di tutto il territorio nazionale. E poiché, purtroppo, sappiamo che i finanziamenti non vengono erogati da commissioni di qualità o di esperti, ma da politicanti più o meno ammanigliati tra di loro…   E’ quanto meno particolare poi che la signora non ci sia stata nel momento di massimo fermento culturale della città, ma si sia fatta notare solo a sindacatura Cammarata insediata, dando il là allo sfascio culturale di una città che tanto aveva sofferto per costruirsi un’immagine che non la legasse ai soliti stereotipi di malaffare e mafia.

Purtroppo Palermo non ha memoria e a volte premia i suoi detrattori con incarichi di prestigio. Permetterle di aprire la stagione del Teatro Massimo è un regalo fin troppo grande, perché di regalo si tratta. Se merito doveva essere, la signora non avrebbe neppure dovuto trovare posteggio per la sua auto nelle immediate vicinanze di un Teatro tanto importante e che è costato tanta fatica riaprire dopo oltre vent’anni di chiusura.

Ma purtroppo , e Berlusconi docet, il metro di giudizio non la è qualità ma la visibilità.

Noi che abbiamo amato e amiamo Palermo, noi che abbiamo lottato, ognuno secondo le proprie forze e le proprie possibilità, affinché la sua valenza culturale fosse riconosciuta e la sua immagine ripulita da clientelismi e pressapochismi, ci sentiamo offesi dalla presenza di questa signora che dichiara che “….. Palermo dovrà essere all’altezza di avermi”.  E se altri artisti palermitani restano in silenzio davanti a tanta tracotante arroganza e pochezza allora davvero, povera Palermo, non avrà nessuna possibilità di poter tornare ad essere quella perla culturale che è stata negli anni  ’90.

E al Professore  Leoluca Orlando, tornato Sindaco di Palermo, chiediamo di difendere la nostra città e i suoi e i nostri sforzi  per risollevarla culturalmente. Già una volta il miracolo è avvenuto. Ma i miracoli devono essere aiutati. E considerare Emma Dante un’artista palermitana di certo non aiuta l’immagine della città.

E per concludere…. lasciamo senza alcun commento la sua splendida frase : “Mi sento un’ebrea nella Germania nazista degli anni 40”….  perché qualsiasi commento sarebbe davvero inappropriato.

Sindaco Orlando non ci faccia vergognare di essere artisti palermitani. Non vogliamo essere confusi con questa signora!

Elisa Farina


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Intervista di Sigmund Blog ad Elisa Farina

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Intervista ad Elisa Farina – direttore artistico di Movimento Forza 9 – per il Road Art Fest


Passi del Nord

E’ una mostra dalle mille sfumature quella di Emiliano Bartolucci dal titolo “Passi del Nord” a Roma fino al 31 luglio presso la Biblioteca Renato Nicolini di via Marino Mazzacurati 76. Un’originale commistione di immagini, parole e musica che restituiscono in pieno le suggestioni, i colori e financo i profumi del Nord Europa. Ideata da Maurizio Bartolucci, politico di razza e fine intellettuale romano, venuto a mancare da poco, la mostra si presenta più come il racconto di un’esperienza personalissima e nel contempo universale che come una semplice esposizione. Lo sguardo sognante, e indubbiamente  innamorato dei luoghi,  del fotografo, traspare in ogni scatto e le  stesse scelte letterarie da   Britt Annika Banfield a Jon Fosse, da Hallgrímur Helgason al premio Nobel Halldór Laxness testimoniano la volontà di  creare un’atmosfera senza fronzoli, costruire  atmosfere rarefatte e limpide tali a quelle immortalate dagli scatti stessi.

Così  luoghi incantevoli e incontaminati si mischiano e si alleano a percorsi urbani per accompagnare il visitatore attraverso un’esperienza emozionale che va ben al di là della magia dei luoghi. Ogni foto è un microcosmo. Ogni scatto un istante percepito in totale simbiosi con la natura esterna. Stupisce il colore. Forte, intenso seppur nel bianco del ghiacciaio o nel contrasto forte degli scatti in bianco e nero.

1025619_10201646530069388_1561932655_oIncontrando Emiliano Bartolucci vengono in mente mille domande.

D: Buonasera Emiliano. Perché questa passione per il Nord Europa, per i luoghi freddi?

R: Quando ero alle elementari ricordo un bambino che tornava in pullman con me. Era appassionato di dinosauri e ci condividevo ben poco ma era simpatico e così scoprii che seppur diversi  qualcosa in comune potevamo comunque averlo. Io adoro i vulcani fin da piccolo e l’energia che sprigionano. Nel 2004 scelsi di andare in Islanda per visitarne alcuni e scoccò la scintilla per un amore che tutt’ora conservo. La passione per il nord Europa, anch’essa viene da lontano. Da adolescente immaginavo la Scandinavia e l’Unione Sovietica con i suoi territori vasti,  quel buio opprimente e tanto ghiaccio…  Venti  anni più tardi la mia professione mi ha portato lì ed ora tutto è contenuto in questa mostra, Passi del Nord, ideata da mio padre e patrocinata dal Municipio Arvalia e dalle Biblioteche di Roma

D: Alcuni scatti ripropongono atmosfere quasi surreali altri invece sembrano molto più crudi e terreni.  E’ frutto di un percorso emozionale? E perché questi contrasti così forti?

R: La magia dei luoghi è protagonista di questo gioco di colori più di quanto lo sia la mia preparazione artistica. Infatti, nonostante le foto siano estive,  accanto a paesaggi luminosi e solari se ne  possono notare altri densi di ghiaccio. Il nord Europa è una entità vasta e pregna di molti aspetti, ognuno caratteristico di un luogo. Ho scelto di fotografarli in modo da mettere in risalto la maestosità e non troppo i dettagli. Ho seguito l’istinto e la malinconia è stata conseguente. Credo che le atmosfere che mi sono portato a casa siano ancora tangibili e quei colori così forti facciano ormai parte del mio bagaglio artistico. Ho sempre tenuto molto aperto il diaframma della fotocamera proprio per percepire maggiore luce in ingresso  e successivamente ho scelto di postprodurre e contrastare ancor di più le immagini proprio per dar valore al minimalismo ed alle divergenze cromatiche fra mare, terra e cielo

D: E’ indubbio che anche nella scelta dei testi letterari traspare la stessa energia dirompente e al tempo stesso minimalista. Ma nei tuoi scatti è penalizzato il “segno umano” che invece è molto potente negli scrittori che accompagnano le foto. E’ stata una scelta precisa?

L’aspetto umano non è marginale. Ho scelto di fotografare la solitudine nell’immensità di luoghi tetri, mettendo in risalto l’aspetto riflessivo, che poi è anche uno dei punti fermi degli scritti selezionati. Negli ultimi anni la vena creativa nordeuropea è maggiormente in voga rispetto al passato. Anche in questo abbiamo pensato di individuare  delle particolarità, dei risvolti che potessero accompagnarsi alle immagini senza che una delle due forme espressive soppiantasse l’altra. E’ indubbio anche il connubio tra ironia e sociale che ne scaturisce: ad esempio  c’è  un passaggio di Helgason in  racconta l’espolosione di un Gyser sotto una discarica di Reykjavik (fatto realmente accaduto) che ricopre la città di immondizia, oppure il soliloquio tutto norvegese di Fosse, che rende la morte tangibile attraverso tante lapidi, ma che in fondo, essendo inevitabile, è solo un incoraggiamento a vivere intensamente, prima di ritornare polvere. Sono tutti aspetti che nella mostra vengono espressi e sollecitati. Spero di essere riuscito nell’intento e mi auguro che il visitatore possa estrapolarne appieno le suggestioni

D: Un’ultima domanda: se dovessi pensare ad un allestimento teatrale: scegli una foto, uno scrittore e un commento musicale che possano essere esaustivi dei tuoi “Passi del Nord”. E’ un gioco, ovviamente. Una prova di sintesi .

R: Sono un amante dei dialoghi forti per cui sceglierei un brano del libro di Helgason Toxic, che narra di un sicario slavo in terra islandese ingaggiato per uccidere. Tra le foto, senza dubbio una di quelle  in cui si vede delineata e marcata la linea dell’orizzonte, fra il nero della sabbia lavica, il blu intenso del mare ed il cielo bianco. Come commento musicale, infine, Start to Finish, un brano del penultimo album dei Dikta, un rock scandito da un nitro di pianoforte e dalla chiara essenza ripetitiva

Ti ringraziamo Emiliano e invitiamo tutti alla tua mostra.

R: Vorrei aggiungere una dedica  ai miei genitori che non ci sono più,  e un grazie a mio fratello Alberto che ha curato l’organizzazione della mostra ed a chi crede in me come persona, oltre che come artista senza nemmeno conoscermi.  La mia non é soltanto riconoscenza, ma vero amore e spero di continuare ad apprendere, migliorarmi e crescere proprio come uomo da qui in poi.

Grazie ancora Emiliano e ricordiamo che fino al 31 luglio PASSI DEL NORD sarà presso la Biblioteca Renato Nicolini di via Marino Mazzacurati, 76 a Roma naturalmente.

(Maria Elisa Muglia)


Diritti Gay – Diritti della persona e religione

imagesAlcuni punti di riflessione:

1) Gesù, figlio di Dio, viene dato in adozione a Maria e Giuseppe, famiglia umile, affinchè possa crescere come uomo tra gli uomini. Giuseppe è un falegname, Maria una semplice casalinga: ma loro figlio è DIO.
Evidentemente le influenze ambientali e familiari non sono poi state così fondamentali…
Dunque: da qualsiasi coppia di genitori può nascere/crescere un figlio speciale.

2) Maria e Giuseppe non facevano sesso. Pura, Maria, si ritrova incinta grazie allo Spirito Santo.
Oggi si chiamerebbe “inseminazione artificiale” ? O “procreazione assistita”?

Le basi della religione cattolica possono essere interpretate metaforicamente come più è conveniente.

Ovviamente, Il Vaticano e le gerarchie cattoliche in generale, essendo poteri forti, nella necessità di mantenere salde le loro prerogative hanno creato modelli e strutture tali da permettere un controllo serrato di ogni campo della vita.

Primo ed unico comandamento: non pensare liberamente.

Si continua a proporre il modello di struttura familiare elaborato 2000 anni fa (Padre -Madre – Figli) per controllare un mondo allora dilaniato dalla poligamia. Un modello che a quei tempi era l’unico possibile per mantenere ordine e rispettare regole.

Questa struttura monolitica di famiglia non ha più senso di esistere.
L’umanità è progredita. Duemila anni di pensiero filosofico, progresso tecnologico, la globalizzazione hanno creato diversi rapporti e diverse esigenze.
Ma, mentre allora i comandamenti del potere religioso cercavano di rispondere alle esigenze del convivere sociale, oggi si resta arroccati all’idea di una società che non esiste più.
Gli individui che formano la comunità hanno avuto modo di prendere coscienza del proprio essere. La curiosità li ha portati ad esplorare la mente e il pensiero.

Forse alla stessa religione Cattolica farebbe bene rendersi conto che il mondo è cambiato e il non avere aderenza con la realtà non agevola il mantenimento del proprio potere ma allontana sempre più dal concetto stesso di religione.

(Elisa Farina)